Infermieri: iscrizioni in calo

Proprio poche ore fa si è concluso il test di ingresso universitario per i corsi di laurea delle professioni sanitarie, ivi compresa la professione Infermieristica, ma i giorni antecedenti sono stati costellati da una informazione che merita di essere osservata e riflettuta: telegiornali e giornali, locali e nazionali, hanno ribattuto a più riprese come l’affluenza, se cosi possiamo definirla, all’appuntamento iscrizione universitaria per il corso di infermieristica si sia notevolmente contratta rispetto agli anni scorsi.
Partendo con il locale Gazzetta di Reggio (Emilia, ndr), disponibile a questo link, è emerso come <alla data di chiusura della presentazione delle domande di ammissione [...] per le professioni sanitarie alla facoltà di Medicina e Chirurgia sono arrivate [...] 1.579 per il test di Professioni Sanitarie. Ma cala l’interesse proprio per Infermieristica (- 17,15% a Modena e – 20,60% a Reggio)>.

Non contento della visione esclusiva proposta da un quotidiano, sono andato a cercare sul portale della Università di Modena e Reggio Emilia i dati ufficiali. La pagina, disponibile qui, evidenzia effettivamente un calo, per quanto concerne il panorama emiliano-modenese, relativamente alle iscrizioni al corso di laurea in infermieristica. Sulla pagina si legge che <quest’anno, a differenza che per gli altri corsi a numero programmato, si registra una contrazione – 79 domande (- 4,76%), principalmente imputabile alla marcata contrazione di interesse esercitato quest’anno sui giovani dalla professione infermieristica che, nei due corsi propositi a Modena e a Reggio Emilia, ha subito nell’insieme un calo di 100 prime opzioni, in parte attribuibili alla diminuzione di posti disponibili (- 20) per il corso che si tiene a Reggio Emilia>.

Infermieristica MO
Domande: 285
Posti disponibili: 150
Variazione 2010-2011: – 59 prima scelta (pari a – 17,15%)

Infermieristica RE
Domande: 158
Posti disponibili: 130
Variazione 2010-2011: – 41 prima scelta (pari a – 20,60%)

Non contento, cerco l’edizione 2010-2011 di accesso, per verificare anche questo dato, ma purtroppo l’aggregazione dei dati senza l’indicazione di priorità di scelta disponile qui, non mi permette di scorporare i dati immediatamente, per cui mi fermo e rimango su questi dati.

Cercando altro materiale, balza evidenziato dalla ricerca un contributo del 7 luglio dove, Giovanni Muttillo, presidente del collegio Ipasvi di Milano-Lodi, interveniva sul Giornale (ripreso da un sindacato della professione inf.ca) indicando come <il decreto ministeriale del 5 luglio 2011 assegna 15.781 posti ai corsi di laurea in infermieristica per l’anno accademico 2011-2012. Sono il 3,4% in meno rispetto allo scorso anno>.

Quindi, la contrazione delle iscrizioni al corso di laurea in infermieristica, a mio avviso, non è da imputare esclusivamente ad una “contrazione di interesse nei giovani della professione infermieristica” ma ad una serie di concause che, accorpate tra loro, hanno portato a questo trend.

Inoltre, anche per chi non è pratico di test e selezioni, è necessario scorporare quelli che rinunciano alla prima scelta di seguire una professione come quella degli infermieri (quelli dunque sui quali la professione infermieristica esercita presa diretta), rispetto a coloro che, come seconda o terza (quindi successiva ad un’altra), in passato hanno mostrato interesse al nostro ambito professionale. Ma appunto i dati disaggregati non sono disponibili al momento per cui nel caso vedremo di capirci di più, una volta pubblicati gli esiti di queste ultime selezioni. Per ulteriori dettagli e per leggere un parere personale ma autorevole, e cioè quello del vice presidente provinciale del collegio infermieri di Reggio Emilia, Boccia Zoboli, è possbile seguire questo link.

Ma non avendo dati analizzabili direttamente e vedendo un calo delle iscrizioni, quale o quali potrebbero essere le cause?

A me vengono in mente, di botto, alcune, ma invito chi avrà voglia di scrivere a dare la propria idea/versione a farlo perchè sicuramente ci sono aspetti che in questo momento mi sfuggono ma meritano di essere menzionati.

  • Distorta idea della professione nell’opinione pubblica
  • Al di la dei colori politici, scelte in materia economico/sanitaria che influiscono sulle disponibilità da parte delle Aziende di orientarsi su ulteriori professionisti da aggiungere al proprio organico
  • Ridotto compenso economico rispetto alle responsabilità attribuite

A tal proposito e concludo, proprio recentemente su quotidianosanità disponibile qui appariva una ricerca condotta dal 24/7 Wall Stv  chiamata The Best Paying Jobs of The Future dove emergeva che <le professioni che avranno più successo da qui al 2018, tra quelle più richieste, vi saranno anche le meglio pagate, con una retribuzione annua che supera i 60mila dollari/annui. E tra queste, rientrano 3 categorie della sanità: medico, infermiere, igienista dentale. In particolare, secondo la classifica (elaborata sulla base dei trend registrati dal ministero della Salute su 750 categorie professionali) il lavoro più richiesto sarà quello di infermiere, per un totale di 581.500 posti di lavoro e un trend in crescita del 22%. Il guadagna annuo medio per ogni infermiere sarà pari a 64.690 dollari, un po’ meno degli igienisti dentali, il cui trend occupazionale sarà tuttavia più forte (+36,1% per 62.900 nuovi posti di lavoro)>.

Riferendosi però al contesto nazionale italiano <secondo le proiezioni elaborate dall’Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) per lo spazio di tempo dal 2009 al 2014, infatti, il trend occupazionale per le professioni sanitarie sarà per lo più stabile. A differenza degli Stati Uniti, chi aspira alla carriera infermieristica in Italia non potrà contare su alcun boom di offerte di lavoro. La variazione infatti rimarrà stabile>.

Ma come? Possibile che all’estero, o comunque negli Stati Uniti, il trend per la nostra professione sia in ascesa mentre qui da noi ci sia tutto questo immobilismo? Come può essere?

E pensare che in uno studio di evidenza avevo letto che la carenza di infermieri nei reparti rispetto alle reali necessità comporta un aumento del numero di morti tra i pazienti. Probabilmente, avrò male interpretato o tradotto erroneamente questo (come tanti altri) articolo.

Vale!


Finalmente un IPASVI al passo coi tempi!

Ci abbiamo messo un po’ ma oggi sono davvero contento!

I miei (e non solo!) complimenti ad IPASVI per la scelta di investire nell’ICT per dare un sostegno alla nostra crescita professionale e corporativa.

D’altronde, essendo nostra prerogativa “guardare un po’ più avanti”, avevamo più volte, in questo nostro piccolo spazio, sostenuto questi nuovi (anche se “nuovo” oramai è un aggettivo non più adeguato) strumenti di comunicazione e l’utilizzo dell’informatica affianco di un percorso di crescita sempre più coinvolgente fra tutti gli infermieri.

Anche i più reticenti alla rivoluzione che stiamo vivendo sono ormai “convertiti ad un nuovo Mondo”; chi tenta di resistere, ancorato a pregiudizi di poco fondamento verso il “nuovo che avanza”, vede i vantaggi dell’infermieristica moderna e, anche se in sordina, si fa poi vivo promotore di un nuovo modo di pensare a lavorare.

E la tecnologia informatica, fino a pochi anni fa prerogativa di pochi appassionati o imposta in rari strumenti ai professionisti, è oggi inevitabile compagno di viaggio quotidiano, non solo davanti ai nostri malati.

Risolvere un banale dubbio con Google è un gioco di tutti i giorni, utilizzare diversi device con tecnologie a volte anche sofisticate è appannaggio di tutti i coinvolti senza grandi problemi; anche la “comunicazione con l’informatica” (fondamento del cosiddetto web 2.0 ed altro) è pane e divertimento quotidiano… E se web 2.0, detto così, suona male chi può dire, oggi, di non conoscere Skype o Facebook?! Beh, è la stessa cosa… Quindi i tempi erano maturi!

IPSVI decide quindi di fare il salto di qualità. Cito ora, con un collage, fonti della Federazione Nazionale dei Collegi:

  • dal 12 Maggio un nuovo portale… ripensato nella forma e nei contenuti per essere al fianco dell’infermiere e del cittadino con servizi mai proposti prima da un Ordine professionale…
  • …pronti come sempre a raccogliere la sfida dell’innovazione e dell’aggiornamento professionale… per stare al passo con i tempi.
  • E’ ormai anacronistico utilizzare modelli di comunicazione di tipo unidirezionale, che considerano i nostri colleghi e i cittadini dei semplici destinatari dei nostri ‘messaggi’: con le nuove tecnologie la comunicazione sta diventando sempre di più un processo circolare, dialogico e interattivo.
  • Creare community
  • La scelta … risponde all’esigenza di valorizzare gli iscritti agli Albi e i Collegi come produttori essi stessi di contenuti e di percorsi comunicativi attraverso l’uso di tutti gli strumenti di cui oggi disponiamo, frutto del progresso scientifico e tecnologico che sta cambiando il nostro modo di vivere e di lavorare.
  • Puntiamo a incrementare sia l’offerta dei servizi informativi on line, sia l’interattività. Il nostro progetto prevede in particolare l’attivazione di videochat e di forum per consentire il confronto diretto tra iscritti e organismi dirigenti della Federazione, colleghi esperti ecc.
  • Inoltre il portale sarà la ‘porta d’ingresso’ ad aree riservate a gruppi di professionisti interessati ad aderire a specifiche comunità di pratica: è proprio attraverso queste ‘reti’ dedicate che oggi crescono i contatti e lo scambio di esperienze e opinioni.
  • La nostra ambizione è che il portale possa diventare per ogni infermiere una specie di agenda da consultare ogni giorno, per trovare le principali informazioni che interessano la sanità e la professione. In alcuni casi, ovviamente, si tratterà di segnalazioni accompagnate da link per approfondire l’argomento e reperire la relativa documentazione: un servizio studiato per facilitare la ricerca di fonti affidabili sotto il profilo della qualità dei contenuti.
  • E tanto altro.

(tratto dalla newsletter IPASVI del 03 MAggio 2011 – disponibile a questo link)

Le aspettative sono alte, almeno da parte nostra!

Solo una piccola nota di colore che non so se dire se ci inorgoglisce o ci perplime…

Si legge: “Anche il manifesto celebrativo che ogni anno ricorda la Giornata dell’infermiere sarà dedicato a questo evento, con un’immagine che ritrae in primo piano un infermiere “armato” di stetoscopio e computer palmare.

Non so se a voi viene in mente di aver già visto qualcosa del genere…

Un suggerimento: guardate in alto nella pagina! E’ il nostro logo!! Ma come!?!?!?

Bell’idea! Moderna e accattivante! Ma ci avevamo già pensato noi…

Stiamo a vedere ed eventualmente muoveremo gli avvocati… Per farci dire un semplice “grazie per l’idea”!

Anche stavolta, come infermieridelfuturo, abbiamo visto bene e forse, chi lo sa, magari anche stimolato i nostri rappresentanti!

A presto!

mauri


L’ospedale ideale: è hi-tech e smell free

Ecco un articolo direttamente tratto dalla newsletter di IPASVI, reperibile sul sito internet del nostro Collegio.

Immagine tratta da www.stockforfood.com

Il contributo è stato redatto a partire da uno studio, condotto da Luca Buccoliero, Elena Bellio e Valentina Reboldi del Cermes/Bocconi di Milano avente il seguente titolo: L’esperienza del cittadino-paziente tra high tech e high touch.

I dati emersi (purtroppo parziali nella newsletter di Ipasvi) riferiscono che dalle interviste a 120 pazienti ricoverati in tre diverse strutture, emergano preponderanti le necessità dei pazienti verso camere inodori ed a tinte tenui, accesso al web e la possibilità di consultare in rete la propria cartella clinica.

Questi tre punti, sempre secondo lo studio, sarebbero importanti novità da apportare ad un’assistenza ospedaliera già mediamente soddisfacente (con votazione, 4,60, su una scala da 1 a 5) ma che, con queste migliorie, potrebbe avvicinarsi al regime di assistenza ideale.

Infatti, il 35,83% del campione vorrebbe poter utilizzare internet per scaricare i referti e oltre il 42% vorrebbe potersi connettere dalla propria stanza: più interessati a questa opportunità i giovani e le persone con grado d’istruzione più alto.

Difficile dubitarne.
Ognuno di noi, quando in “salute”, passa moltissimo tempo su internet, per collegarsi alla propria posta elettronica, ai social network, per cercare un film o ascoltare il proprio brano/autore musicale preferito.
E la domanda sorge spontanea: perchè non poterlo fare anche in regime di ricovero?
Già.. Regime di ricovero.
Regime.
Ovviamente si ragiona (provocatoriamente) sul rapporto tra significante/significato, ma la degenza ospedaliera, per quanto riguarda i Professionisti infermieri, ha come mandato quella di essere il più orientata possibile sul paziente in modo olistico, vedendo nella personalizzazione una risorsa terapeutica oltre che un vincolo di “mandato”.
E cosa, più della ICT (di cui abbiamo gia parlato qualche mese fa) contribuisce a questa realizzazione?
Relativamente al setting, oltre la metà dei pazienti non vorrebbe odori nella stanza; il 64,17% vorrebbe colori tenui (i più giovani, tinte vivaci) e oltre il 45% non sarebbe ben disposto a sottofondi musicali in sala d’attesa.
Forse è eccessivo parlare di personalizzazione delle stanze, magari spesso occupate da più pazienti. Il colore che piace a me, magari non va bene al vicino di letto, ma il setting rappresenta un aspetto fondamentale rispetto allo “stile di vita” in contesto assistenziale e l’avvicinare il più possibile l’ambiente all’assistito, rappresenta uno “sforzo” assistenziale che sempre più dobbiamo sforzarci di seguire, dalle personalizzazioni agli orari di visita, alla individualizzazione, alla organizzazione soggettiva della assistenza, nel rispetto ovviamente delle dinamiche/impegni/modelli lavorativi.

In conclusione, in attesa di poter leggere lo studio integrale, i dati riportati da IPASVI, relativi al grado di soddisfazione del paziente rispetto al momento ospedalizzazione sono stati: l’empowerment del paziente e l’interazione col team sanitario; la privacy e la dignità personale, l’ambiente fisico ed il comfort della struttura; hi-tech e informatizzazione a 360°

In conclusione dell’articolo, giochino…
Provate a prendere il Codice Deontologico dell’Infermiere approvato nel 2009 e provate a cercare quante, di queste richieste/indicazioni espresse da pazienti ricoverati, sono già contenute nel nostro recente vademecum professionale.
Beh..
Avete già contato?
Stupefacente, vero?

Alla prossima!
Vale!


L’Università lontana dalla realtà clinica: a mio parere, no!

Ogni tanto torna di moda e allora lo trattiamo, fiduciosi di dare una nostra interpretazione della cosa.
Potrà essere condivisa, screditata, ma rappresenta motivo di confronto e di crescita e a noi piace crescere!

Con la formazione Universitaria, si è spostata la conoscenza dei professionisti infermieri sempre più verso un sapere teorico e sempre meno verso un sapere pratico.

Chi è d’accordo con tale affermazione? Chi in disaccordo?

Questo il mio parere.

Non vi è dubbio che l’attuale riforma universitaria con il passaggio della figura del professionista infermiere da diplomato a laureato, abbia certamente condizionato quelle che sono le direttive didattiche imposte alle Università.
Oggi l’infermiere che si Laurea, acquisisce un “bagaglio di conoscenze” che vanno dalla biologia alla chimica, dalla anatomia alla fisiologia, dalla patologia alla chirurgia, dalla medicina specialistica alla medicina di area critica, passando per la pediatria, la geriatria, coronando tale percorso con indicazioni di tipo manageriale, economico, legislativo, etico-deontologico e avendo come sfondo, sempre presente, i concetti di evidenza scientifica, banche dati, confronto con gli altri.

Finito? No.

Oltre alla formazione strettamente medico-teorica (probabilmente perchè non siamo ancora Facoltà a sé stante, come in tutte le altre realtà del mondo, ma questo è un altro discorso, ndr), l’attuale programmazione universitaria della didattica ritiene fondamentale la presenza di docenze che “applicano” il sapere medico-teorico alla attività infermieristica e alla professionalità richiesta al laureato; queste discipline, chiamate “Infermieristica” (in pediatria, oncologia, area critica, etc.) rappresentano il primo iniziale legame che viene fornito agli studenti per creare un link tra “sapere teorico” e “sapere speso nella pratica”.

Volutamente viene qui chiamato “sapere speso nella pratica” perchè esso è ben diverso dal “sapere pratico”. Rappresenta un’opportunità in più, rappresenta una voglia di concretizzare quanto di teorico è possibile imparare leggendo un libro.

Finito? No.

Ciò che si è mantenuto è il tirocinio (la pratica vera e propria) che viene articolata in diversi momenti del percorso universitario, portando lo studente verso una serie di “mondi”, di realtà, al fine di fargli maturare l’idea globale di professionista al lavoro, che si spende in diverse realtà, con diverse risorse, vincoli, opportunità, necessità. Questo percorso, nella realtà dove ho studiato, è fatto in modo strutturato, con tutor di riferimento, clinico (infermieristico) e pratico (infermieristico), che quotidianamente affiancano lo studente nella sua formazione, nella sua sperimentazione, nella sua crescita affrontando non solo ”problemi pratici”, ma anche problemi di “sapere speso nella pratica” e problemi  di “sapere teorico”.

Senza dilungarsi ulteriormente, certamente le opportunità di tirocinio pratico potrebbero essere ampliate, ma a che prezzo? Allungando il corso di laurea di un ulteriore anno (da 3 a 4, come in alcune realtà angolosassioni? (A mio avviso ipotesi che potrebbe essere presa in considerazione); oppure sacrificando “sapere teorico” a scapito di quello pratico?

Ma soprattutto, a che scopo?

Imparare ad incannulare una vena o ad eseguire una specifica tecnica? (che peraltro potrebbe non essere utilizzata per molto tempo, a seconda della realtà operativa dove si inizierà il proprio percorso lavorativo, ndr)

Le tecniche pratiche si imparano facendo, le conoscenze trasversali e le capacità di ragionamento no.

Personalmente, credo che oggi l’Università abbia voglia (e l’obbligo) di avvicinarsi alle realtà cliniche (e lo dimostrano i numerosi sforzi che vengono messi in campo quotidianamente, nelle programmazione di laboratori / seminari specifici su varie tematiche, incontro con esperti delle realtà cliniche, con gli stessi tirocini ) ma questo, a mio parere, non deve perdere di vista quello che attualmente ci contraddistingue (e ci contraddistinguerà sempre di più) in futuro.

Non mestieranti, che svolgono azioni pratiche perché qualcuno dice loro come e quando fare, ma professionisti che, partendo da presupposti teorici e teorico/pratici, svolgono una professione vicina e personalizzata, modulando il loro sapere e il loro agire in risposta a tale personalizzazione, dettata esclusivamente dalle necessità richieste dall’assistito.

Questa è la sfida…

Alla quale dobbiamo abituarci, per la quale dobbiamo spenderci, che dobbiamo raccogliere e perseguire, nell’interesse della professione e della collettività.

Vale!


Dalle polemiche alle proposte. Chi sarà il nuovo protagonista infermiere?

Stimolato dalle polemiche di questi giorni, sono partito per una riflessione che ha guidato il mio intervento al recente Convegno Nazionale SIMEU.

L’ho riscritto a modo di relazione e ve lo riporto qui. Date una letta e riflettete se siamo davvero tutti pronti al nostro futuro o se dovremmo ancora dibattere e stare a guardare…

In calce trovate inoltre un po’ della bibliografia che ho consultato per questo lavoro; se avete tempo e voglia scuriosate… ci sono cose sorprendenti (e sconvolgenti!).

relazione intervento SIMEU2010

Buona lettura!!

mauri


BOOOM! …decisamente BOOOM! -aggiornamento-

A seguito della notizia di presentazione di un esposto presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Bologna e del Tribunale di Firenze , presentato dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Bologna, nella persona del Presidente Dott.Giancarlo Pizza, di cui abbiamo gia riferito in questo articolo, inseriamo una ulteriore rassegna stampa di opinioni, commenti e articoli , a completare ed aumentare la precedente rassegna stampa citata.

Buona lettura.

La Nazione di Livorno, Al pronto soccorso i casi lievi saranno seguiti da infermieri – Il nuovo programma “See and Treat”, 18-11-2010

Nursing, Comunicato stampa del 20 novembre, 20 novembre 2010

Il tirreno, Il Ministro tuteli gli infermieri, 20 novembre 2010

Federazione Nazionale IPASVI, La ridefinizione e l’evoluzione delle competenze degli infermieri risponde ai bisogni dei cittadini e del sistema sanitario: la posizione dell’Ipasvi, 23-11-2010

BassanoVicenza – il Gazzettino, Infermieri: il Ministro ne difenda la dignità – Il segretario NURSIND scrive a FAZIO e chiede che con una legge si riorganizzi la professione, 23-11-2010


BOOOM! …decisamente BOOOM!

Riprendendo lo scorso articolo, la scelta del “prossimo fumetto” che sarebbe apparso è arrivata da sola e ben prima di ogni aspettativa. Beh, nonostante gli inviti a mantenere un “basso profilo”, l’attendismo auspicato da qualche parte è stato travalicato.

BOOOM! Questa l’onomatopea che penso si addica in questo momento. Piaccia o no il problema è scoppiato..

Ed ora?! Che succederà?! Raccogliamo i cocci e torniamo a casa?… E’ il miglior momento perché se ne esca finalmente con qualcosa di nuovo?… Rimettiamo subito la testa sotto la sabbia e abbassiamo i toni?… Stiamo ad aspettare?..

Le voci schierate (a volte in maniera netta e, permettetemi, sorprendentemente inaspettata!!) sono molteplici e da più fronti. Dalla comunità professionale, dal mondo sindacale, alla stampa etc… Personalmente penso che sia ora di “incidere”, sempre nella rispettosa attesa che la magistratura dia il suo verdetto in merito all’esposto, ma questo non dipende da me.

Nel frattempo PARLIAMONE, PARLIAMONE, PARLIAMONE e PARLIAMONE ancora!!! Non lasciamo in disparte i colleghi che non sono interessati a queste vicende. Non si può essere disinteressati al proprio futuro aspettando che diventi un passato irrevocabilmente triste!

Qui di seguito un po’ di “rassegna” delle varie voci in merito.

Buona letture e a presto… speriamo…

Mauri

A seguito della notizia di presentazione di un esposto presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Bologna e del Tribunale di Firenze , presentato dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Bologna, nella persona del Presidente Dott.Giancarlo Pizza, di cui abbiamo gia riferito in questo post, inseriamo una nutrita rassegna stampa di opinioni, commenti, articoli e contribuiti emersi nell’ultimo mese, per creare un ordine rispetto agli eventi e ciò che è apparso.

Buona lettura.

Altre risorse circa il tema


ARRRGH!!…. MUMBLE MUMBLE… BOOOM!… RONF RONF…

Strano questo titolo, vero? Lo so ma è una bella fotografia dell’impasse di questo momento… Come dire: “e ‘mo che famo?!”.

Forse lo avrete saputo ma cercherò di aggiornarvi.

Catone ha deciso di dare un taglio definitivo alla pantomima che va avanti da tempo. La scena era cominciata tempo fa (vedi articolo e qui il seguito) e io avevo detto che ci sarebbe stato da ridere (o piangere)!! Sono un mago!

Marco Porcio Catone (per gli amici “il Censore”) era un politico romano che non aveva molto a cuore il fatto che Roma fosse influenzata e “contaminata” dalla crescente e stimolante cultura ellenica e, appena ne ebbe la possibilità, fece di tutto per chiudere la porta a questo epocale cambiamento. Lo strumento che lo rese celebre ai posteri fu l’uso, piuttosto presuntuoso a volte, della censura. Non importava la ragione cosa suggeriva; siccome c’era il rischio che qualcuno “sentisse odore di cambiamento” verso qualcosa che lui sapeva bene essere “migliore” o quantomeno “diverso”… ZAC! “Basta così! Non se ne parli più perché così non s’ha da fare! Nessun spiegazione, io ho ragione e basta.

Scusate lo scherzoso parallelo ma io la vedo così. Senza grandi spazi di manovra e dialogo. L’unica differenza, paradossale e simpatica in questo caso, è che Catone odiava i medici (gli infermieri ancora non esistevano, altrimenti!); principalmente perché spesso greci e perché gente che sapeva pensare e fare alcune cose cose “meglio” (o quantomeno più moderne e ragionevoli) e che forse avrebbero messo un po’ in crisi il gioco di poteri e privilegi nel quale sguazzava il suo mondo… Mutatis Mutandis!!

Vado al sodo: leggete questo articolo.

Non conosco nei dettagli l’esposto citato ma non ne ho bisogno per scrivere queste righe… Un esposto alla procura!! Ma è così grave la questione?!

Io non sono un gran politico ma questo mi pare proprio l’estremo grido di aiuto di chi non ha niente da perdere, le spalle ben coperte e un po’ la coda di paglia…

Ma siccome io amo il buon senso preferisco ragionarci su e mi chiedo: dove è il problema? Perché in questo benedetto Paese  dobbiamo sempre restare indietro? Perché tutto questo astio nel non voler far evolvere l’infermiere? Quali paure nel farlo provare a fare cose che nel resto del mondo fanno da decenni con ottimi risultati? Etc etc.

Beh, le risposte sono molte ed alcune abbastanza ovvie, ma non entro ora nel merito. Sottolineo però basito l’astio, l’arroganza, la presunzione con cui si vede saccentemente sentenziare che ”lasciare che l’infermiere faccia davvero l’infermiere è pericoloso per la salute della gente”. Ma vergognamoci, per piacere!

Si sente dire spesso da voci populiste che l’infermiere vuol fare il “piccolo medico”…io rido!! Io dico che l’infermiere vorrebbe fare “il buon infermiere” ma non trova spazio per farlo.

Nell’articolo si legge che non è ammissibile che “l’infermiere possa addirittura arrivare ad intervenire in ambulanza sui codici rossi etc” E allora? Magari! Forse i non addetti ai lavori ci penseranno un  secondo ma chi lavora in emergenza sbotta davanti a questa affermazione!! Volontari del Soccorso (volenterosi , per carità, ma pur sempre volontari e nella loro vita quotidiana ingegneri, operai, impiegati etc) intervengono quotidianamente sui “codici rossi” (e lasciamo stare il fatto che nessuno misuri mai quanto bene e male facciano) e se lo fa un infermiere è pericoloso!?!? Per non entrare nel merito della valutazione della qualità di quando ad intervenire sono certi medici! E non ho alcuna paura a dichiarare questo. Ma nessuno lo misura e, a priori, se lo fa un infermiere (magari con un master e “con le palle”… scusate) questo non va bene!

Ancora, si legge che non è tollerabile che “in pronto soccorso gli infermieri, oltre che a valutare, potrebbero agire in autonomia”… Signorsìssignore! Ma che siamo delle bestie? Delle amebe senza braccia!

E poi la storia del Primed… ma mi fermo perché mi prudono le dita… Adesso si parla di emergenza/urgenza e affini, da sempre la testa d’ariete di tutte le nostre discussioni, ma state tranquilli che, prima o poi, la longa manus arriva in tutti i meandri…

Io, al di là delle milioni di considerazioni possibili e lecite, semplicemente mi sento profondamente offeso come professionista. Come ci si permette di sentenziare in maniera così arrogante chi è capace di fare cosa? Non vado oltre per non entrare in toni polemici e sterili. Lancio semplicemente una sfida onesta, costruttiva e realizzabile: MISURIAMOCI.

Se i numeri diranno che l’infermiere non è in grado di fare ed agire con sicurezza per migliorare le performance assistenziali sul paziente con efficienza (e costi) migliori, allora chiederò scusa e vorrò tornare io, per primo, al vecchio mansionario (e magari cambierò lavoro…) a lavorare a testa china e chiacchierare meno. Altrimenti non c’è ragione di sentenziare così.

E poi smettiamola con questa ipocrisia dell’atto medico: poco tempo fa lessi una definizione, piuttosto autoreferenziale dell’atto medico, estrapolata da non so quale consesso di medici, che includeva in ciò praticamente tutto lo scibile umano in merito alla vita di un uomo… commentai sarcasticamente che mancava l’appendice della “resurrezione dalla carne” per avere un quadro un po’ più completo. E non è che tutto ciò lo può fare solo il medico… ma per piacere! Noi lo diamo per scontato, l’opinione pubblica ne è drammaticamente assuefatta,  ma siamo nel 2010, le cose cambiano… le cose DEVONO cambiare per il bene dell’umanità!! Da sempre!!  Cambiamo le regole che ormai sono prive di senso e ragioniamo sull’impatto delle azioni nella pratica quotidiana. E mi meraviglio ancora di come ciò venga dal pulpito di chi, coerentemente, dovrebbe sempre cercare il meglio per i propri pazienti, con le migliori evidenze, misurando i risultati etc etc..

So di dire cose a volte lapalissiane. So che ci sono giochi ed equilibri che di certo le mie parole non scalfiscono. Pertanto non penso, a malincuore, che verranno abbandonate le ipocrisie da parte di questi saggi. Non mi aspetto (e non pretendo) nemmeno un mea culpa. Quello che aspetto di vedere, invece, è il fumetto che uscirà dalle nostre facce nella pagina odierna di questa infinita avventura a puntate.

Che diranno stavolta gli infermieri? Sarò solo io in questo misero blog a schifarmi di ciò con un bell’ARGH! pieno di rabbia? Continueranno i MUMBLE MUMBLE pensierosi dei nostri rappresentanti? Ci dovremo piegare al pigro RONF RONF della gran parte di noi infermieri che non sanno nemmeno che abbiamo un codice deontologico etc (vedi articolo sull’identità)? Non mi aspetto un deflagrante BOOOM! che rompa ogni schema ma, se vogliamo farci sentire (e imparare a parlare fra di noi di queste cose), forse questa è una bella occasione. Sempre che la solita invidia reciproca non ci tarpi ancora una volta le ali… Quanti nemici in casa prima che fuori dalla porta… mamma mia…

Il come fare qualcosa lo lascio proporre alle menti e ai cuori di quegli infermieri in grado di pensare ed agire (e io ne conosco parecchi…) che magari stanno proprio leggendo queste noiose righe!

Concludo con un altro sogno, rivolgendomi in primis ai colleghi medici. Vorrei davvero credere e spingere energicamente nella direzione di una reale integrazione fra noi professionisti. L’ho visto coi miei occhi in altre realtà ed è fattibilissimo e molto gratificante!  Ma se questi sono i presupposti faccio un attimo un passo indietro, scusate l’onesta. Voi, nei miei panni, fareste forse diversamente? E poi continuo a crucciarmi del fatto che la maggior parte (quasi tutti direi!) dei medici coi quali lavoro tutti i giorni non penso sarebbero disposti, onestamente, a sottoscrivere certe parole dei loro rappresentanti… quantomeno chi davvero lavora fianco a fianco tutti i giorni, fra mille difficoltà, per il bene dei nostri cari pazienti. Ma forse ciò avverrebbe solo in una votazione a scrutinio segreto…

A presto.

mauri

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Scuola di Magia: dal Governo Clinico… al Clinico che Governa!

Mi scuso per la lunga pausa, sono stato un po’ impegnato in questi giorni… ma rieccomi qui più carico di prima!!  Inanzitutto voglio dedicare questo articolo a due miei colleghi reggiani (che non nomino per non scatenare invidie!): bravi infermieri da diversi anni, sempre molto motivati, che hanno però avuto l’ulteriore coraggio ritornare sui libri e stanno ora concludendo (quasi…) i loro master: davvero complimenti! Immagino non sia facile rimettersi in gioco dopo anni di “sosta” ma questo vi ha letteralmente fatto “esplodere la testa”! Vi ho visto infiammati di nuovo di un energia che sapevo avevate e questo, per me e per la nostra professione, è entusiasmante! Grazie e spero, soprattutto, che il vostro atteggiamento sia contagioso…  Ma iniziamo l’argomento di oggi…

Oggi volevo accennare ad una mia riflessione sulla Clinical Governance; tutti l’hanno sentita nominare, pochi sanno cosa vuol dire… Che piaccia o no, è comunque il nostro pane quotidiano! Ma…

“Il Governo Clinico è una strategia mediante la quale le organizzazioni sanitarie si rendono responsabili del miglioramento continuo della qualità dei servizi e del raggiungimento-mantenimento di elevati standard assistenziali, stimolando la creazione di un ambiente che favorisca l’eccellenza professionale”.

Io ci credo, definizione nobile. Davvero. Trovo la ricerca della qualità un prezioso elemento di stimolo e sul quale la nostra professione, oggi,  si può giocare la faccia e raccogliere molte soddisfazioni. Il Governo Clinico, quindi, vede anche gli infermieri protagonisti, se vogliono mettersi in gioco e smetterla di stare a guardare, al centro del “comando” delle strategie di un’azienda sanitaria. E fin qui ci siamo…

Però siamo in Italia e la favola si deve subito scontrare con i veri bianconigli furbacchioni nascosti nelle pagine del nostro bizzarro libro… Ed ecco quindi salire evanescente, mano a mano che si sfogliano le pagine,  la vera magia!

Con una “prestidigitazione grammaticale” degna del più abile truffaldino del gioco delle tre carte, in un batter d’occhio un aggettivo mette mani e gambe e diventa soggetto e la magia è fatta! Ta Ta!! Eccoci passati dal Governo Clinicoal Clinico che Governa!!

Con una riflessione che vi ruba meno di tre secondi, capite come si sposti nettamente il baricentro della questione… La mia provocazione è, come al solito, volta a stimolare le nostre menti ma, farncamente, non vedete ora molto più calzante alle nostre realtà nazionali l’accezione del “Clinico che Governa”, piuttosto che la “strategia mediante la quale le organizzazioni etc etc“? Può sembrare questione di lana caprina ma a mio avviso, in base agli occhiali che ci si mette, la visione è completamente differente!

Con questa “scusa” il clinico si sente in potere (e, troppo spesso, poco in dovere, come invece dovrebbe!) di praticare e gestire il Governo dell’azienda. Ma il buon Governo, quantomeno il migliore possibile, passa da capacità che vanno oltre quella dell’essere un buon clinico. Certamente possedere nelle proprie corde la visione del clinico aiuta, e non poco, a mantenere quella visione “patient centred“  indispensabile nelle professioni sanitarie,  ma ad un certo punto questo non basta. Per Governare bene bisogna indossare i panni del manager, del dirigente, del “governatore”. Quali competenze servono, quindi? Io non sono un bocconiano con formazione manageriale ma mi riuslta che troppo spesso, a governare le aziende pubbliche italiane, ci siano Clinici molto “clinici” e poco “manager”, in termini di preparazione. Ed ecco sfuggire dalle loro vision i veri obiettivi di performance, qualità, sicurezza, efficienza etc… e quindi ecco perso il concetto iniziale del Governo Clinico. Figuriamoci a cascata, fra gli operatori, come può trasmettersi questa visione?! Nel migliore dei casi in una marea di progetti, fogli di carta e chiacchiere che di qualità ed efficienza hanno ben poco…

Riappropriamoci del vero significato di questo strumento! Infermieri, medici e compagnia, che ognuno spenda il massimo delle proprie competenze in ciò che sa fare di meglio! L’ambizione dell’eccellenza sia verso quello che possediamo come nostro partimonio culturale e professionale! Conosciamo gli strumenti del buon governo e solo allora spendiamoci anche in quel gioco! Improvvisare, in nome di ambizioni altisonanti ma fuori dal nostro controllo, non può che far male ai nostri pazienti e al nostro sistema.

Maurizio

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Infermiere e tecnologia

La motivazione che mi spinge a “programmare” questo articolo (cosi entriamo già nel vivo dell’argomento) è iniziata, casualmente, una sera. Un sera come le altre, mentre stavo montando in turno.

Stavo parlando con una giovane infermiera, la quale mi ha detto: “Sai che oggi ho usato l’ecografo per prendere una vena? Era un paziente talmente “edematoso”, talmente “brutto”, e piuttosto che andare alla cieca, ho preferito usare l’ecografo. E in un attimo, sono riuscita a posizionare un accesso venoso di discreto calibro, senza problemi”.

Cosa dire ad una collega del futuro cosi? GRANDE!

Poi ha continuato:  ”Peccato però, che non tutti lo facciano. Noi (intendendo i colleghi della sua unità operativa, ndr) abbiamo seguito tutti quanti un corso, ma ancora non tutti lo fanno. Sai, vedono l’uso dell’ecografo come una esclusiva competenza medica o di specialisti“.

Che dire?

Penso di sfondare una porta aperta, quando dico in modo assolutamente scherzoso, che l’informatica sta al professionista sanitario come il pesce alla bicicletta. A parte gli scherzi, una concomitanza di fattori contribuiscono a vedere quel “coso” (sia esso un computer, un dispositivo biomedicale, un applicativo o quant’altro), un nostro “poco amico”. Le motivazioni vanno dal problema generazionale (legato all’età dei professionisti) alla scarsa opportunità formativa, dalla mancanza di fiducia nei confronti dei sistemi alla avversione “a priori” della tecnologia (come se fosse di moda essere contro la tecnologia).

E ad altre due o tre motivazioni, che lascio a voi immaginare.

In realtà, l’uso della ICT (Information and Communication Technology, ndr) è uno strumento di “forza” e non uno strumento di debolezza, a favore del professionista infermiere (o del professionista sanitario in genere) nei confronti del paziente.

Dall’inserimento alla manipolazione delle informazioni, dal loro immagazzinamento al loro uso, dalla loro protezione alla trasmissione fino al recupero sicuro delle informazione stessa.

E si parla di Informazioni, con la I maiuscola.

Informazioni, come nel caso dell’esempio a monte di questo articolo, su “dove trovare una vena”, quindi informazioni pratiche; informazioni, di carattere assistenziale (che vanno dalla cartella infermieristica informatizzata (magari integrata alle altre professioni sanitarie) alla visualizzazione/recupero dei dati assistenziali relativi ad un paziente)

Inoltre, Informazioni per analizzare l’ambito organizzativo, strutturale, di comunicazione/relazione, di performance, di pratica (pensiamo a tutto il filone dato dall’EBN e dall’EBP, requisiti quantomai attuali) e di miglioramento della assistenza erogata e della realtà operativa erogante.

L’ICT quindi, non solo un riferimento all’assistenza clinica, ma uno strumento per misurare la compliance, l’outcome; strumento per migliorare la soddisfazione del paziente (pensate al caso in cui il paziente, per un accesso venoso, viene “forato” due o tre volte,  senza essere certi di ottenere il risultato, VS 1 sola).

Infine, ICT che permette una ulteriore professionalizzazione dell’infermiere “tecnologico”, rispetto all’infermiere “non tecnologico”, con conseguente soddisfazione personale e professionale, che di riflesso di ripercuote su una migliore assistenza al paziente.

Soddisfazione che, tra le altre cose, contribuisce ad elevare la Competenza, che ognuno di noi ogni giorno mostra nell’assistenza ai pazienti.

Una volta, un amico mi disse: “le macchine aspettano tutte alla stessa velocità: quella di chi le usa”.

Mi chiedo quindi: perché non provare a far correre quell’insieme ordinato di silicio, rame e condensatori?

Anche se, a dire la verità, sentendo spesso “gli avversi” alla tecnologia, penso sorridendo come loro, a quanto detto da Albert Einstein: “Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno”.

Quindi forse, cosi come diceva Steve Wozniak, e cioè che “Never trust a computer you can’t throw out of a window”, anche un po di sana diffidenza, tutto sommato, non guasta…

Vale

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